Archivio mensile Gennaio 2019

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

IL POSTO | L’Oro nascosto alla Certosa di Bologna

Arrivando da nord, la Certosa vi accoglie con un corridoio solenne e chioschi di mille fiori, colori che non curano ma consolano alle porte di un cimitero.

Quello di Bologna è senza dubbio uno dei più particolari ed evocativi al mondo, fatto di portici, logge e anfratti quasi abitati, che pur in silenzio richiamano a gran voce la città dei vivi.


Il destino lo ha voluto pressoché sconosciuto ai più, se non per le sue ovvie funzioni, con un patrimonio storico, artistico e architettonico incredibilmente potente ma a lungo dimenticato.

La Certosa è il luogo dove sacro e profano si incontrano, il materiale e l’immateriale, l’arte e le vicende dell’uomo con la Fede, ciò che potete cogliere con ciò che potete soltanto accogliere.

L’Assoluto è il premio nascosto dietro queste infinite colonne, potete arrivarci con la religione se credete, con l’arte se non credete, ma entrambe hanno il medesimo spazio e corrono insieme, a celebrare una Bellezza che in questo luogo tocca livelli estetici e strutturali davvero inaspettati.

Se il cimitero è di per se stesso un luogo sacro, per l’affetto che ci lega ai nostri cari, quando è anche luogo d’arte e di cultura, come qui a Bologna, con la sua storia straordinaria di persistenze, trasformazioni e stratificazioni, allora esiste qualcosa di trascendente, un valore aggiunto tutto speciale, lo stesso che dall’Ottocento in poi ha calamitato artisti e letterati di fama mondiale e che ha reso la città una delle mete più prestigiose.

E in effetti, se riuscite ad estraniarvi dalla sua reale natura, ad impermeabilizzare la mente al freddo e ad affinare lo sguardo, scoprirete spazi brulicanti di figure e giardini accoglienti, piccole scatole cinesi decorate d’arte e architetture “incantate”.
Un percorso sempre più avvolgente, che vi fa scendere o salire (in tutti sensi), fatto di sorprese fitte e nascoste qua e là, sotto una volta, oltre qualche scalino, nell’oscura penombra o in piena luce, e che rendono la Certosa un museo a cielo aperto unico nel suo genere.

A guardarle meglio, le lapidi non sono più dei semplici muri, ma diventano porte, che spesso vi trattengono sulla soglia in loro compagnia, raccontandovi di un passato brillante e frenetico, di abitudini quotidiane fissate in espressioni austere e in sorrisi buffi o appena accennati, tra pizzi, merletti e capigliature complicate. Capita invece che vi invitino ad entrare, per condividere un dolore comune e le loro Speranze, alcune “assopite” ed altre ancora luminosissime.

Storicamente la Certosa è uno dei cimiteri monumentali più antichi d’Europa: quel complesso labirinto, di cui raramente potrete avere percezione soltanto entrando, è il risultato del passaggio delle comunità che dal V sec. a.C. hanno sempre abitato in questi luoghi. Necropoli etrusca prima, monastero certosino poi, e cimitero monumentale dal 1801, è un vero e proprio libro aperto sulla storia e sulle sue pagine potrete leggerne le avvincenti puntate, capire come si sia evoluta la nostra sensibilità, la visione dell’aldilà e il rapporto con la religione stessa.

Il suo cuore pulsante è il Chiostro Terzo, simbolo della cultura neoclassica locale, mentre la Chiesa di San Girolamo è quanto rimane della precedente fase certosina, con un preziosissimo patrimonio epigrafico che ci dà misura della forza di un sentimento religioso onnipresente benché non sempre chiaro.

Anche grazie alla precocità rispetto ad altre realtà analoghe, la Certosa è un’ottima lente d’ingrandimento per seguire da vicino i passi della scultura europea tra Otto e Novecento e per conoscerne l’originalità nei materiali e nelle tradizioni tutte locali. Il marmo infatti, è un ospite davvero raro qui dentro, dove gesso, stucco e scagliola la fanno da padrone, e con la loro fragilità di matrici povere rendono tutto ciò a cui danno forma incredibilmente simile a noi.

D’altra parte, questo silenzioso popolo in pietra rispecchia a pieno la cultura della sua fiera committenza ottocentesca, smaniosa di un’aura più celebrativa che religiosa, di una laicità tutta napoleonica, la testimonianza di un benessere economico finalmente raggiunto contro una religiosità sempre più intima e nascosta, che ritroviamo solo in tempi più recenti nelle foto in vetro ceramica o nell’accostamento particolare di fiori e oggetti, spunti che ci riportano al senso più cristiano della vanità delle cose terrene.

Ma che siano laici o religiosi, di fatto tutti i sentimenti che pervadono la Certosa sono egualmente netti e potenti, e tutti usano la voce dell’Arte per esprimersi al meglio. Ecco perché il sole del mattino, con i suoi tagli decisi e violenti, è la migliore per coglierli e il bianco e nero la modalità più adatta ad esprimerli.

Una luce tesa e dura, ma che più di ogni altra riesce a dare ancora più profondità a questi protagonisti già di per se a tutto tondo.

Subentra poi qualcos’altro di speciale, che nell’”andar protetti” tipico di Bologna, non può che ritrovarsi anche nel suo cimitero, e che nel bianco e nero risplende ai massimi livelli, cioè il senso del senza tempo dato dall’assenza dei colori.

Perderne il rumore infatti, significa andare oltre la superficie, scendere in profondità per ascoltare le mille storie dei tanti “seduti” in questi “salotti” a cielo aperto, vuol dire capire meglio il senso di trascendenza e l’eternità così familiare che li attraversa.

Allora, ieri come oggi, questo è un luogo d’incontro eccezionale tra chi c’è e chi manca, ma anche l’opportunità di riappropriarci del sentimento antico della morte, quando voleva dire condivisione e partecipazione, perché la morte in fondo “esiste solo per chi (l’affronta da solo e) ne ha paura”.

[ Liberamente ispirato al mio articolo dedicato alla Certosa di Bologna uscito su Bologna7-Avvenire il 23 agosto 2015, quanto tempo! ]

Le foto fanno parte dell’album “Uno, nessuno e centomila”. Le trovate tutte nella sezione Scultura e Ritrattistica del mio Portfolio.

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

IL TEMPO DI UN CAFFE’ | Perchè fotografare (soprattutto) in bianco e nero

Quando al mattino apriamo la finestra, la prima cosa di cui si riempono i nostri occhi è il colore, una moltitudine di colori, uno per ogni cosa che mettiamo a fuoco, una sfumatura per ogni singola lunghezza d’onda che siamo in grado di percepire.

Perchè il colore non è altro che questo: una suggestione, una messa in scena fantastica che prende vita quando la luce (bianca) colpisce le superfici e loro la riflettono per intero o solo parzialmente. Da qui nascono i colori, e oggi ne siamo sopraffatti, saturi.

Ma c’è stato un tempo in cui non era che nei nostri occhi, e posti dove c’era silenzio e solo contenuti. Parlo del cinema, della televisione e, più da vicino, della fotografia.
Scattare in bianco e nero, oggi, vuol dire scegliere consapevolmente di eliminare il “rumore” superficiale del colore per concentrarsi solo sul contenuto del messaggio che vogliamo comunicare, cogliere l’anima delle cose in altre parole…

Intento tutt’altro che facile però, perché togliere il colore non è sufficiente, questa volta dobbiamo pensare in funzione di una scala di grigi.
Motivo per cui alcuni dei soggetti migliori sono gli spazi urbani e i paesaggi, dove la profondità si esprime in innumerevoli sfumature, le figure umane si contrappongono in modo più netto e le matrici architettoniche diventano più ricche e articolate. 

Togliere il colore quindi, non sempre equivale ad una perdita: può metterci a disagio nell’immediato, ma se poi abituiamo i nostri occhi a guardare, scopriamo un mondo di informazioni altrimenti nascoste, e soprattutto, accanto a ciò che ora vediamo, possiamo immaginare tutto quello che non c’è.

Il potere evocativo del bianco e nero è a dir poco straordinario! L’immediatezza delle emozioni e la centralità dei dettagli (pensate ad un ritratto) non ha eguali.

Cercate tuttavia di tenere a mente qualche piccolo elemento:
• Prestate attenzione alle forme, perché sono quelle che definiscono la nostra immagine in assenza del colore rendendola più o meno accattivante
• Provate a stringere sul soggetto eliminando lo sfondo, per focalizzare ancora di più l’attenzione sul contenuto
• Includete elementi con una texture ricca per dare ancora più spessore all’immagine
• Catturate più toni di grigio possibili per darle maggiore impatto

Poi, come per tutte le cose, esiste la via di mezzo: nel nostro caso la possibilità di unire alla schiettezza del bianco e nero l’impatto invasivo del colore, per ottenere un risultato inaspettato e suggestivo.

Io ci ho provato qualche estate fa, a Trieste, sulla scia di un omaggio alla “Cappuccetto Rosso” di Schindler’s list e quali giorni, migliori di questi, per riproporvelo?

Lo scatto fa parte del progetto Suggestioni istriane, scoprite tutte le foto nella sezione Viaggio e Urban Design del mio Portfolio!

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

Lingotto viennese

All’interno della categoria fotografia di viaggio e urban design, trovate il progetto Lingotto viennese.
Un progetto, e non un album, perchè mi piace pensare ai miei lavori come a racconti da poter aggiornare in qualsiasi momento. E’ vero che la fotografia cattura il tempo, ma è pur vero che nella vita reale il tempo non si ferma mai, cambia la prospettiva e anche il modo in cui una fotografia può leggerla.

Torino la cogliete così, a tratti, quando dagli enormi viali bianchi entrate nei caffè per un bicerin, nelle osterie generose e nelle chiese incastonate nei portici come mosaici”.

“(…) Passato e presente, qui, sono una cosa sola: (…) il grande Fiume abbraccia la città come fanno le Alpi dalla parte opposta, (…) terra e acqua si riflettono a vicenda”.
“Se chiudete gli occhi potrete ritrovarvi bambini” e toccare con mano lo splendore di millenni di storia.
Tutto avvolto da una leggera nebbia onnipresente, che “al calar della sera vi racconta una nostalgia di “regalità” sussurrata e mai spenta”.

[ Il testo è tratto dall’articolo L’amore altrove – LoveTO | Benvenuti a Torino, dove l’Europa è di casa. Se siete curiosi di leggerlo tutto, cercatelo nella sezione blog! 😉 ]

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DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

L’AMORE ALTROVE – LoveTO | Benvenuti a Torino, dove l’Europa è di casa

Passeggiando al sole ghiacciato del mattino, la prima impressione è quella di una città austera e schiva, di poche parole e lunghi silenzi. Torino la cogliete così, a tratti, quando dagli enormi viali bianchi entrate nei caffè per un bicerin, nelle osterie generose e nelle chiese incastonate nei portici come mosaici.

E’ il posto sbagliato dove alzare la voce, un brusio educato ed elegante vi accompagna e vi “sorveglia” sempre, fin dentro gli androni severi dei palazzi, nei musei sovraccarichi di storia, persino sulle scale strette di un tram. Il tram: questa macchina del tempo pazzesca, dove gli orologi non servono, ma bastano gli occhiali della fantasia.

Così, potreste giurare di sentire lo scalpitio di una carrozza che si avvicina, intravedere uomini a cavallo agitarsi sotto una cappa scura.

Passato e presente, qui, sono una cosa sola: la contemporaneità si è fatta strada a morsi, ha conquistato gli angoli più esclusivi e luccicanti della città, ma nulla ha scalfito il fascino d’altri tempi della prima capitale d’Italia (1861-1864). La sua magia sopravvive in ogni tazza di cioccolata che trangugiate al bancone, nei divanetti di velluto rosso affacciati alle vetrine, nelle alte cancellate che vi accolgono alla porta dei Palazzi Reali, e scende fino alle acque del Po.

Il grande fiume abbraccia la città come fanno le Alpi dalla parte opposta, terra e acqua si riflettono a vicenda e s’incontrano (idealmente) nel punto più alto della Mole.

Custode della cultura cinematografica mondiale, il guscio antonelliano è il simbolo indiscusso dello skyline torinese, preambolo di un vista mozzafiato a 360 gradi.

Ora però, se chiudete gli occhi ed esprimete un desiderio, dopo un folle “volo” di 167 metri e mezzo e correndo all’indietro più veloce del vento, potrete ritrovarvi bambini alle porte del museo più affascinante della città.
Se avete amato Indiana Jones, non potrete restare indifferenti ai milioni di anni di storia custoditi dietro queste porte…

Oggetti, statue, volti, che in un restauro meticoloso, montato s’una scenografia unica, hanno ritrovato tutto il loro valore più moderno, veicoli di una cultura straordinaria ed universalmente emozionante: Il “nostro” Museo Egizio del resto, è secondo solo a quello del Cairo!

Ma in pochi, sinceramente, lo battono per l’impegno e la concentrazione richieste, motivo per cui (la mia) tappa (poco) forzata (!) è il fantastico gelato di Pepino, per chi ancora di voi non lo sapesse, il più antico d’Europa (rinfresca palati dal lontano 1884), un dolce aroma ghiacciato per una coppa da veri eroi!

Ultimo paradiso dei piedi stanchi, è il maestoso Parco del Valentino, habitat naturale della più alta concentrazione di scoiattoli che abbia mai visto, incredibilmente socievoli e costantemente affamati.

Ma da qui, al calar della sera, una nebbia sottile stempera le sfumature più accese, cascatelle d’acqua e sentieri alberati vi parlano una lingua decisa, ma sempre gentile, vi raccontano di una nostalgia di “regalità” sussurrata e mai spenta.

Le foto sono un’anteprima dell’album Lingotto viennese, cercatele tutte nella sezione Viaggio e Urban Design del mio Portfolio! 😉