Archivio mensile Febbraio 2019

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

L’EVENTO | La vera “Festa dei Folli” è a Venezia

Ogni anno si rinnova, nelle tematiche, nei costumi e nei colori, ma le origini del Carnevale di Venezia quasi si perdono indietro nel tempo.

Come succedeva nell’antica Roma (“panem et circenses”), anche l’oligarchia veneziana andava a caccia di consensi, e l’istituzione di “divertimenti pubblici” per il popolo (1094), era necessaria ad accattivarsene la benevolenza.
La “protezione” dei costumi e delle maschere annullava però ogni differenza sociale e così, per tutto il tempo della festa, era permesso deridere i ricchi e i potenti.

Il 1296 celebra ufficialmente la nascita istituzionale del Carnevale di Venezia, che all’epoca durava ben sei settimane, da Santo Stefano al giorno immediatamente precedente la Quaresima (Martedì grasso).

Al ritmo ininterrotto di un “Buongiorno signora maschera!”, s’incrociava allora una moltitudine variopinta di gonne pesanti e cappe scure, un gioioso “rito di travestimento collettivo” che era la valvola di sfogo di tensioni e pregiudizi di cittadinanza quotidiana.
Non c’era più alcuna differenza tra attori e spettatori, il palcoscenico era ovunque e rendeva tutti partecipi e complici in egual misura.

Parallelamente, e in modo del tutto spontaneo, cresceva, con l’abitudine al travestimento, un commercio fitto e fiorente di maschere e costumi, scuole e tecniche di fabbricazione nascevano come fiori, lavorando matrici naturali (argilla, cartapesta, garza e gesso), arricchite poi da svariati ricami, disegni, colori, pizzi, perline e piume.

Durante il Carnevale ogni altra attività era messa al bando, Venezia si riempiva di musicisti, acrobati, giocolieri e danzatori, ogni più piccolo angolo della città sorgeva a nuova vita, traboccante di stranezze e schiamazzi. Tutto era concesso: come un fiume in piena che rompe gli argini, una folla di ogni età si trascinava in balli sfrenati, rappresentazioni e spettacoli di ogni genere, che nel tempo conquistavano case private, palazzi sontuosi, i teatri e i caffè e da qui si riversano di nuovo fuori.

Nel 1700 questa “girandola sull’acqua” riceve la consacrazione internazionale, guadagnando gloria e prestigio in tutto il Vecchio Continente, per poi diventare il fiore all’occhiello di turisti e appassionati da tutto il mondo.

Il personaggio – A quest’epoca risalgono le (dis)avventure di Giacomo Casanova, scrittore giovane e bello conosciuto per la gran fama di seduttore (e per il volto di Heath Ledger nell’omonimo film!)

La festa – Di origine controversa, la festa delle Marie si ricollega all’antichissima usanza (documentata dal 1039) di celebrare il giorno della benedizione delle spose (2 febbraio, giorno della purificazione di Maria), dodici, scelte tra le più belle e povere di Venezia.

Alla loro dote contribuivano tutte le famiglie più ricche della città, mentre il Doge concedeva un ricevimento sontuoso e splendidi gioielli. Contestualmente si celebrava la vittoria del 943 (si dice) sui pirati istriani che in quell’occasione sequestrarono, seppur per poco tempo, le fanciulle e i loro ori accecanti.
Oggi la Maria vincitrice dell’anno è la protagonista del moderno Volo dell’Angelo.

L’evento – Il Volo dell’Angelo disegna uno dei momenti più scenografici e adrenalinici di tutto il Carnevale, e si ispira ad un episodio avvenuto circa alla metà del Cinquecento, quando un giovane acrobata turco rese omaggio al Doge scendendo dalla cella campanaria del campanile di San Marco su una lunghissima corda biancastra legata ad barchetta ancorata al molo poco distante (Svolo del Turco).

Nel tempo si sono cimentati, con l’introduzione di ali e anelli di sospensione uniti alla corda (Volo dell’Angelo), funamboli professionisti ma anche giovani coraggiosi, finché, nel 1759, non c’è scappato il morto.
Da quel momento, l’uomo è stato sostituito per un periodo da una colomba di legno che durante il percorso “regalava” alla folla vorticosi coriandoli e fiori (Volo della Colombina).

Le protagoniste – Le Maschere, su tutti, sono i re e le regine indiscusse di questi giorni di festa.
Nel corso della loro storia secolare hanno nascosto sempre più attori e artisti professionisti e sempre meno persone normali (potenzialmente pericolose per la pubblica sicurezza), avendo i teatri come centri propulsori privilegiati (Commedia dell’Arte).

Tuttavia, con l’occupazione napoleonica prima e quella austriaca poi (fine del XVIII secolo), i corridoi luccicanti del Carnevale si sono spenti nel silenzio più assordante, mantenendo alcuni presidi notevolmente ridimensionati soltanto nelle isole maggiori (Murano e Burano), trovando finalmente una nuova occasione di rinascita solo alla fine degli anni Settanta del Novecento.

Ma oggi siete ancora in tempo a comprare una maschera (sì solo quella, perchè ciò che conta prende poco tessuto, quel poco sufficiente a trasformarvi in “avatar”) e a lanciarvi nelle calli in festa… Io ho un piede già là, coraggio, venite con me! 

Le foto che vedete, sono tracce delle passate edizioni, dal 2011 ad oggi e fanno parte del progetto Da secoli a Venezia. In attesa delle fantastiche new entries, sfogliatele al completo nella categoria Scultura e Ritrattistica del mio Portfolio… And stay tuned! 😉

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

IL POSTO | Una torre tra le torri di Bologna turrita

Se c’è una cosa che meglio delle altre può dirvi cosa sia Bologna, è quel tessuto urbano antico, ma vivissimo, che ancora persiste e lotta a denti stretti contro la cementificazione di massa e il progresso “collettivo”.

Perchè Bologna è di tutti quelli che ci arrivano, che si fermano per giorni o soltanto per qualche ora, ma è anche personale e intima, da scoprire in solitudine, da cogliere in silenzio, da guardare dal basso verso l’alto più che in orizzontale.

Solo ad occhi disattenti Bologna è tutta uguale. Non è una città di “stereotipi” di belle arti, di singole celebrità, Bologna è un contesto e un monumento unico, un grande abbraccio a più voci, tutte egualmente importanti a comunicare un messaggio (più che mai attuale) di apertura e condivisione. Che se ci fate caso, sparse per la città, ci sono tante piccole piazze (le corti), che portano tutte a San Petronio se volete… Oppure in altri mondi, piccoli mondi antichi.

Tra tutti ce n’è uno che vi strizza l’occhio affascinante e austero, uno la cui porta continua ad aprirsi sul nostro tempo al livello della strada.

L’ingresso della Torre Prendiparte è incorniciato da rampicanti, un anticipo scenografico della piccola scala di legno più interna, un monito a spogliarsi della frenesia quotidiana e un invito ad ascoltare oltre.
La modernità suona come un’intrusa in questo ingresso angusto, ma pieno di vissuto, volutamente lasciato intatto: ad accogliervi più che il proprietario (perché la torre è privata ma fortemente condivisa), trovate un guardiano della storia, una sentinella generosa, fin troppo alta per quei corridoi apparentemente tanto stretti.

L’introduzione è dovuta, la curiosità facile, lo stupore garantito: dovrete salire le scale più volte prima di dare per scontate comode poltroncine chiare, ciclamini vivaci alle finestre e vetri dal sapore francese.

Poi parte il viaggio: un cunicolo di scale a chiocciola accarezza tutti gli ambienti di questo B&B esclusivo, la velocità e la colonna sonora potete sceglierla voi, così come la storia da immaginare tra queste pareti, la farcitura della brioche al mattino e il gusto del vino nel calice in penombra.

Ciò che non potete impedirvi di sentire, sono le voci degli altri che hanno abitato questa dimora, irrequiete, appassionate, speranzose o rassegnate.
La testimonianza dei carcerati papali vive ancora su queste mura, ne segna i tratti quasi quanto le pietre che la compongono, ne richiama la passata funzione e ne celebra il riscatto.

Ed è un percorso quasi catartico che corre via via verso l’alto, fatto di ambienti che lentamente si svuotano delle vicende umane per rimanere nuda architettura, espressione di altissimo ingegno, ricchezza bellicosa o ardore di sopravvivenza.

L’ultimo ostacolo alla conquista della libertà, è una piccola porticina di confine tra la terra che avete salutato, il limbo che avete attraversato e un cielo che ancora potete solo immaginare. Là fuori non importa che piova o ci sia il sole, il rosso bologna è dominante, le guglie e i campanili vi aspettano trepidanti e lo stendardo si complimenta, ammiccando, per il traguardo raggiunto.

Da lassù la città non ci è mai sembrata tanto lontana e così vicina, potremmo quasi toccarla tendendo una mano poco più in là: perchè è proprio questo il pregio del contesto, ci esalta ma non ci lascia mai soli.

Andarsene adesso è un viaggio triste, improvvisamente silenzioso e lento, ma in fondo non c’è andata senza alcun (nuovo) ritorno… 😉

[ Grazie a Matteo Giovanardi per avermi permesso di scattare e raccontare questa “scalata” straordinaria! ]