Archivio degli autori Sara Armaroli | LoveBO Fotografia

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

POST IT | I giardini (e non solo) di Villa Borghese

Roma è forse la cosa più difficile da descrivere. Parlo di una cosa, perché chiamarla solo città è incredibilmente riduttivo e forse oggi è il nome che le rende meno giustizia.

Roma è più che altro un’emozione in concerto, qualcosa che il tempo davvero non può scalfire, perché ogni volta che scendete dal treno per arrivarci provate qualcosa di diverso. Sfaccettature di uno stesso volto che la volta prima non avevate colto, anime contrastanti ma tutte egualmente protagoniste.

Passati e presenti che si rincorrono, e insieme angoli sordi al ticchettio dell’orologio, dove il tempo passa troppo in fretta o troppo lentamente a seconda dello stato d’animo con cui li attraversate.

Consiglio: Scoprite la Villa, i Giardini e i suoi tesori nascosti passeggiando o correndo sulle note di The Ecstasy of Gold del grande maestro Ennio Morricone (Il Buono, il brutto e il cattivo, 1966)

Laggiù, vicino al Pincio, nel verde acre dei limoni primaverili, vi saluta Villa Borghese, col suo parco e il tripudio di opere d’arte.

Sorta all’inizio del Seicento, è il risultato di più stagioni, come la maggior parte delle cose umane, dei Borghese di Siena, un accumulo progressivo di terre con cui hanno dato vita al parco urbano forse più importante di Roma, certamente uno dei più grandi d’Europa.

Architetti, pittori e scultori si sono succeduti, qui, in secoli di sfrenate danze creative, ognuno a dare il suo prezioso contributo a questo contesto integrato di arte, natura e bellezza in continuo rinnovamento, dove i gloriosi soggetti dell’antichità ritrovano sempre, al centro e in cornice delle sale della grande Galleria, una nuova luce dove brillare.

[La scultura in foto: Paolina Borghese Bonaparte nelle vesti di Venere vincitrice, Antonio Canova, 1804-1808, marmo bianco]

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L’EVENTO | La vera “Festa dei Folli” è a Venezia

Ogni anno si rinnova, nelle tematiche, nei costumi e nei colori, ma le origini del Carnevale di Venezia quasi si perdono indietro nel tempo.

Come succedeva nell’antica Roma (“panem et circenses”), anche l’oligarchia veneziana andava a caccia di consensi, e l’istituzione di “divertimenti pubblici” per il popolo (1094), era necessaria ad accattivarsene la benevolenza.
La “protezione” dei costumi e delle maschere annullava però ogni differenza sociale e così, per tutto il tempo della festa, era permesso deridere i ricchi e i potenti.

Il 1296 celebra ufficialmente la nascita istituzionale del Carnevale di Venezia, che all’epoca durava ben sei settimane, da Santo Stefano al giorno immediatamente precedente la Quaresima (Martedì grasso).

Al ritmo ininterrotto di un “Buongiorno signora maschera!”, s’incrociava allora una moltitudine variopinta di gonne pesanti e cappe scure, un gioioso “rito di travestimento collettivo” che era la valvola di sfogo di tensioni e pregiudizi di cittadinanza quotidiana.
Non c’era più alcuna differenza tra attori e spettatori, il palcoscenico era ovunque e rendeva tutti partecipi e complici in egual misura.

Parallelamente, e in modo del tutto spontaneo, cresceva, con l’abitudine al travestimento, un commercio fitto e fiorente di maschere e costumi, scuole e tecniche di fabbricazione nascevano come fiori, lavorando matrici naturali (argilla, cartapesta, garza e gesso), arricchite poi da svariati ricami, disegni, colori, pizzi, perline e piume.

Durante il Carnevale ogni altra attività era messa al bando, Venezia si riempiva di musicisti, acrobati, giocolieri e danzatori, ogni più piccolo angolo della città sorgeva a nuova vita, traboccante di stranezze e schiamazzi. Tutto era concesso: come un fiume in piena che rompe gli argini, una folla di ogni età si trascinava in balli sfrenati, rappresentazioni e spettacoli di ogni genere, che nel tempo conquistavano case private, palazzi sontuosi, i teatri e i caffè e da qui si riversano di nuovo fuori.

Nel 1700 questa “girandola sull’acqua” riceve la consacrazione internazionale, guadagnando gloria e prestigio in tutto il Vecchio Continente, per poi diventare il fiore all’occhiello di turisti e appassionati da tutto il mondo.

Il personaggio – A quest’epoca risalgono le (dis)avventure di Giacomo Casanova, scrittore giovane e bello conosciuto per la gran fama di seduttore (e per il volto di Heath Ledger nell’omonimo film!)

La festa – Di origine controversa, la festa delle Marie si ricollega all’antichissima usanza (documentata dal 1039) di celebrare il giorno della benedizione delle spose (2 febbraio, giorno della purificazione di Maria), dodici, scelte tra le più belle e povere di Venezia.

Alla loro dote contribuivano tutte le famiglie più ricche della città, mentre il Doge concedeva un ricevimento sontuoso e splendidi gioielli. Contestualmente si celebrava la vittoria del 943 (si dice) sui pirati istriani che in quell’occasione sequestrarono, seppur per poco tempo, le fanciulle e i loro ori accecanti.
Oggi la Maria vincitrice dell’anno è la protagonista del moderno Volo dell’Angelo.

L’evento – Il Volo dell’Angelo disegna uno dei momenti più scenografici e adrenalinici di tutto il Carnevale, e si ispira ad un episodio avvenuto circa alla metà del Cinquecento, quando un giovane acrobata turco rese omaggio al Doge scendendo dalla cella campanaria del campanile di San Marco su una lunghissima corda biancastra legata ad barchetta ancorata al molo poco distante (Svolo del Turco).

Nel tempo si sono cimentati, con l’introduzione di ali e anelli di sospensione uniti alla corda (Volo dell’Angelo), funamboli professionisti ma anche giovani coraggiosi, finché, nel 1759, non c’è scappato il morto.
Da quel momento, l’uomo è stato sostituito per un periodo da una colomba di legno che durante il percorso “regalava” alla folla vorticosi coriandoli e fiori (Volo della Colombina).

Le protagoniste – Le Maschere, su tutti, sono i re e le regine indiscusse di questi giorni di festa.
Nel corso della loro storia secolare hanno nascosto sempre più attori e artisti professionisti e sempre meno persone normali (potenzialmente pericolose per la pubblica sicurezza), avendo i teatri come centri propulsori privilegiati (Commedia dell’Arte).

Tuttavia, con l’occupazione napoleonica prima e quella austriaca poi (fine del XVIII secolo), i corridoi luccicanti del Carnevale si sono spenti nel silenzio più assordante, mantenendo alcuni presidi notevolmente ridimensionati soltanto nelle isole maggiori (Murano e Burano), trovando finalmente una nuova occasione di rinascita solo alla fine degli anni Settanta del Novecento.

Ma oggi siete ancora in tempo a comprare una maschera (sì solo quella, perchè ciò che conta prende poco tessuto, quel poco sufficiente a trasformarvi in “avatar”) e a lanciarvi nelle calli in festa… Io ho un piede già là, coraggio, venite con me! 

Le foto che vedete, sono tracce delle passate edizioni, dal 2011 ad oggi e fanno parte del progetto Da secoli a Venezia. In attesa delle fantastiche new entries, sfogliatele al completo nella categoria Scultura e Ritrattistica del mio Portfolio… And stay tuned! 😉

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IL POSTO | Una torre tra le torri di Bologna turrita

Se c’è una cosa che meglio delle altre può dirvi cosa sia Bologna, è quel tessuto urbano antico, ma vivissimo, che ancora persiste e lotta a denti stretti contro la cementificazione di massa e il progresso “collettivo”.

Perchè Bologna è di tutti quelli che ci arrivano, che si fermano per giorni o soltanto per qualche ora, ma è anche personale e intima, da scoprire in solitudine, da cogliere in silenzio, da guardare dal basso verso l’alto più che in orizzontale.

Solo ad occhi disattenti Bologna è tutta uguale. Non è una città di “stereotipi” di belle arti, di singole celebrità, Bologna è un contesto e un monumento unico, un grande abbraccio a più voci, tutte egualmente importanti a comunicare un messaggio (più che mai attuale) di apertura e condivisione. Che se ci fate caso, sparse per la città, ci sono tante piccole piazze (le corti), che portano tutte a San Petronio se volete… Oppure in altri mondi, piccoli mondi antichi.

Tra tutti ce n’è uno che vi strizza l’occhio affascinante e austero, uno la cui porta continua ad aprirsi sul nostro tempo al livello della strada.

L’ingresso della Torre Prendiparte è incorniciato da rampicanti, un anticipo scenografico della piccola scala di legno più interna, un monito a spogliarsi della frenesia quotidiana e un invito ad ascoltare oltre.
La modernità suona come un’intrusa in questo ingresso angusto, ma pieno di vissuto, volutamente lasciato intatto: ad accogliervi più che il proprietario (perché la torre è privata ma fortemente condivisa), trovate un guardiano della storia, una sentinella generosa, fin troppo alta per quei corridoi apparentemente tanto stretti.

L’introduzione è dovuta, la curiosità facile, lo stupore garantito: dovrete salire le scale più volte prima di dare per scontate comode poltroncine chiare, ciclamini vivaci alle finestre e vetri dal sapore francese.

Poi parte il viaggio: un cunicolo di scale a chiocciola accarezza tutti gli ambienti di questo B&B esclusivo, la velocità e la colonna sonora potete sceglierla voi, così come la storia da immaginare tra queste pareti, la farcitura della brioche al mattino e il gusto del vino nel calice in penombra.

Ciò che non potete impedirvi di sentire, sono le voci degli altri che hanno abitato questa dimora, irrequiete, appassionate, speranzose o rassegnate.
La testimonianza dei carcerati papali vive ancora su queste mura, ne segna i tratti quasi quanto le pietre che la compongono, ne richiama la passata funzione e ne celebra il riscatto.

Ed è un percorso quasi catartico che corre via via verso l’alto, fatto di ambienti che lentamente si svuotano delle vicende umane per rimanere nuda architettura, espressione di altissimo ingegno, ricchezza bellicosa o ardore di sopravvivenza.

L’ultimo ostacolo alla conquista della libertà, è una piccola porticina di confine tra la terra che avete salutato, il limbo che avete attraversato e un cielo che ancora potete solo immaginare. Là fuori non importa che piova o ci sia il sole, il rosso bologna è dominante, le guglie e i campanili vi aspettano trepidanti e lo stendardo si complimenta, ammiccando, per il traguardo raggiunto.

Da lassù la città non ci è mai sembrata tanto lontana e così vicina, potremmo quasi toccarla tendendo una mano poco più in là: perchè è proprio questo il pregio del contesto, ci esalta ma non ci lascia mai soli.

Andarsene adesso è un viaggio triste, improvvisamente silenzioso e lento, ma in fondo non c’è andata senza alcun (nuovo) ritorno… 😉

[ Grazie a Matteo Giovanardi per avermi permesso di scattare e raccontare questa “scalata” straordinaria! ]

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IL POSTO | L’Oro nascosto alla Certosa di Bologna

Arrivando da nord, la Certosa vi accoglie con un corridoio solenne e chioschi di mille fiori, colori che non curano ma consolano alle porte di un cimitero.

Quello di Bologna è senza dubbio uno dei più particolari ed evocativi al mondo, fatto di portici, logge e anfratti quasi abitati, che pur in silenzio richiamano a gran voce la città dei vivi.


Il destino lo ha voluto pressoché sconosciuto ai più, se non per le sue ovvie funzioni, con un patrimonio storico, artistico e architettonico incredibilmente potente ma a lungo dimenticato.

La Certosa è il luogo dove sacro e profano si incontrano, il materiale e l’immateriale, l’arte e le vicende dell’uomo con la Fede, ciò che potete cogliere con ciò che potete soltanto accogliere.

L’Assoluto è il premio nascosto dietro queste infinite colonne, potete arrivarci con la religione se credete, con l’arte se non credete, ma entrambe hanno il medesimo spazio e corrono insieme, a celebrare una Bellezza che in questo luogo tocca livelli estetici e strutturali davvero inaspettati.

Se il cimitero è di per se stesso un luogo sacro, per l’affetto che ci lega ai nostri cari, quando è anche luogo d’arte e di cultura, come qui a Bologna, con la sua storia straordinaria di persistenze, trasformazioni e stratificazioni, allora esiste qualcosa di trascendente, un valore aggiunto tutto speciale, lo stesso che dall’Ottocento in poi ha calamitato artisti e letterati di fama mondiale e che ha reso la città una delle mete più prestigiose.

E in effetti, se riuscite ad estraniarvi dalla sua reale natura, ad impermeabilizzare la mente al freddo e ad affinare lo sguardo, scoprirete spazi brulicanti di figure e giardini accoglienti, piccole scatole cinesi decorate d’arte e architetture “incantate”.
Un percorso sempre più avvolgente, che vi fa scendere o salire (in tutti sensi), fatto di sorprese fitte e nascoste qua e là, sotto una volta, oltre qualche scalino, nell’oscura penombra o in piena luce, e che rendono la Certosa un museo a cielo aperto unico nel suo genere.

A guardarle meglio, le lapidi non sono più dei semplici muri, ma diventano porte, che spesso vi trattengono sulla soglia in loro compagnia, raccontandovi di un passato brillante e frenetico, di abitudini quotidiane fissate in espressioni austere e in sorrisi buffi o appena accennati, tra pizzi, merletti e capigliature complicate. Capita invece che vi invitino ad entrare, per condividere un dolore comune e le loro Speranze, alcune “assopite” ed altre ancora luminosissime.

Storicamente la Certosa è uno dei cimiteri monumentali più antichi d’Europa: quel complesso labirinto, di cui raramente potrete avere percezione soltanto entrando, è il risultato del passaggio delle comunità che dal V sec. a.C. hanno sempre abitato in questi luoghi. Necropoli etrusca prima, monastero certosino poi, e cimitero monumentale dal 1801, è un vero e proprio libro aperto sulla storia e sulle sue pagine potrete leggerne le avvincenti puntate, capire come si sia evoluta la nostra sensibilità, la visione dell’aldilà e il rapporto con la religione stessa.

Il suo cuore pulsante è il Chiostro Terzo, simbolo della cultura neoclassica locale, mentre la Chiesa di San Girolamo è quanto rimane della precedente fase certosina, con un preziosissimo patrimonio epigrafico che ci dà misura della forza di un sentimento religioso onnipresente benché non sempre chiaro.

Anche grazie alla precocità rispetto ad altre realtà analoghe, la Certosa è un’ottima lente d’ingrandimento per seguire da vicino i passi della scultura europea tra Otto e Novecento e per conoscerne l’originalità nei materiali e nelle tradizioni tutte locali. Il marmo infatti, è un ospite davvero raro qui dentro, dove gesso, stucco e scagliola la fanno da padrone, e con la loro fragilità di matrici povere rendono tutto ciò a cui danno forma incredibilmente simile a noi.

D’altra parte, questo silenzioso popolo in pietra rispecchia a pieno la cultura della sua fiera committenza ottocentesca, smaniosa di un’aura più celebrativa che religiosa, di una laicità tutta napoleonica, la testimonianza di un benessere economico finalmente raggiunto contro una religiosità sempre più intima e nascosta, che ritroviamo solo in tempi più recenti nelle foto in vetro ceramica o nell’accostamento particolare di fiori e oggetti, spunti che ci riportano al senso più cristiano della vanità delle cose terrene.

Ma che siano laici o religiosi, di fatto tutti i sentimenti che pervadono la Certosa sono egualmente netti e potenti, e tutti usano la voce dell’Arte per esprimersi al meglio. Ecco perché il sole del mattino, con i suoi tagli decisi e violenti, è la migliore per coglierli e il bianco e nero la modalità più adatta ad esprimerli.

Una luce tesa e dura, ma che più di ogni altra riesce a dare ancora più profondità a questi protagonisti già di per se a tutto tondo.

Subentra poi qualcos’altro di speciale, che nell’”andar protetti” tipico di Bologna, non può che ritrovarsi anche nel suo cimitero, e che nel bianco e nero risplende ai massimi livelli, cioè il senso del senza tempo dato dall’assenza dei colori.

Perderne il rumore infatti, significa andare oltre la superficie, scendere in profondità per ascoltare le mille storie dei tanti “seduti” in questi “salotti” a cielo aperto, vuol dire capire meglio il senso di trascendenza e l’eternità così familiare che li attraversa.

Allora, ieri come oggi, questo è un luogo d’incontro eccezionale tra chi c’è e chi manca, ma anche l’opportunità di riappropriarci del sentimento antico della morte, quando voleva dire condivisione e partecipazione, perché la morte in fondo “esiste solo per chi (l’affronta da solo e) ne ha paura”.

[ Liberamente ispirato al mio articolo dedicato alla Certosa di Bologna uscito su Bologna7-Avvenire il 23 agosto 2015, quanto tempo! ]

Le foto fanno parte dell’album “Uno, nessuno e centomila”. Le trovate tutte nella sezione Scultura e Ritrattistica del mio Portfolio.

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IL TEMPO DI UN CAFFE’ | Perchè fotografare (soprattutto) in bianco e nero

Quando al mattino apriamo la finestra, la prima cosa di cui si riempono i nostri occhi è il colore, una moltitudine di colori, uno per ogni cosa che mettiamo a fuoco, una sfumatura per ogni singola lunghezza d’onda che siamo in grado di percepire.

Perchè il colore non è altro che questo: una suggestione, una messa in scena fantastica che prende vita quando la luce (bianca) colpisce le superfici e loro la riflettono per intero o solo parzialmente. Da qui nascono i colori, e oggi ne siamo sopraffatti, saturi.

Ma c’è stato un tempo in cui non era che nei nostri occhi, e posti dove c’era silenzio e solo contenuti. Parlo del cinema, della televisione e, più da vicino, della fotografia.
Scattare in bianco e nero, oggi, vuol dire scegliere consapevolmente di eliminare il “rumore” superficiale del colore per concentrarsi solo sul contenuto del messaggio che vogliamo comunicare, cogliere l’anima delle cose in altre parole…

Intento tutt’altro che facile però, perché togliere il colore non è sufficiente, questa volta dobbiamo pensare in funzione di una scala di grigi.
Motivo per cui alcuni dei soggetti migliori sono gli spazi urbani e i paesaggi, dove la profondità si esprime in innumerevoli sfumature, le figure umane si contrappongono in modo più netto e le matrici architettoniche diventano più ricche e articolate. 

Togliere il colore quindi, non sempre equivale ad una perdita: può metterci a disagio nell’immediato, ma se poi abituiamo i nostri occhi a guardare, scopriamo un mondo di informazioni altrimenti nascoste, e soprattutto, accanto a ciò che ora vediamo, possiamo immaginare tutto quello che non c’è.

Il potere evocativo del bianco e nero è a dir poco straordinario! L’immediatezza delle emozioni e la centralità dei dettagli (pensate ad un ritratto) non ha eguali.

Cercate tuttavia di tenere a mente qualche piccolo elemento:
• Prestate attenzione alle forme, perché sono quelle che definiscono la nostra immagine in assenza del colore rendendola più o meno accattivante
• Provate a stringere sul soggetto eliminando lo sfondo, per focalizzare ancora di più l’attenzione sul contenuto
• Includete elementi con una texture ricca per dare ancora più spessore all’immagine
• Catturate più toni di grigio possibili per darle maggiore impatto

Poi, come per tutte le cose, esiste la via di mezzo: nel nostro caso la possibilità di unire alla schiettezza del bianco e nero l’impatto invasivo del colore, per ottenere un risultato inaspettato e suggestivo.

Io ci ho provato qualche estate fa, a Trieste, sulla scia di un omaggio alla “Cappuccetto Rosso” di Schindler’s list e quali giorni, migliori di questi, per riproporvelo?

Lo scatto fa parte del progetto Suggestioni istriane, scoprite tutte le foto nella sezione Viaggio e Urban Design del mio Portfolio!

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Lingotto viennese

All’interno della categoria fotografia di viaggio e urban design, trovate il progetto Lingotto viennese.
Un progetto, e non un album, perchè mi piace pensare ai miei lavori come a racconti da poter aggiornare in qualsiasi momento. E’ vero che la fotografia cattura il tempo, ma è pur vero che nella vita reale il tempo non si ferma mai, cambia la prospettiva e anche il modo in cui una fotografia può leggerla.

Torino la cogliete così, a tratti, quando dagli enormi viali bianchi entrate nei caffè per un bicerin, nelle osterie generose e nelle chiese incastonate nei portici come mosaici”.

“(…) Passato e presente, qui, sono una cosa sola: (…) il grande Fiume abbraccia la città come fanno le Alpi dalla parte opposta, (…) terra e acqua si riflettono a vicenda”.
“Se chiudete gli occhi potrete ritrovarvi bambini” e toccare con mano lo splendore di millenni di storia.
Tutto avvolto da una leggera nebbia onnipresente, che “al calar della sera vi racconta una nostalgia di “regalità” sussurrata e mai spenta”.

[ Il testo è tratto dall’articolo L’amore altrove – LoveTO | Benvenuti a Torino, dove l’Europa è di casa. Se siete curiosi di leggerlo tutto, cercatelo nella sezione blog! 😉 ]

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L’AMORE ALTROVE – LoveTO | Benvenuti a Torino, dove l’Europa è di casa

Passeggiando al sole ghiacciato del mattino, la prima impressione è quella di una città austera e schiva, di poche parole e lunghi silenzi. Torino la cogliete così, a tratti, quando dagli enormi viali bianchi entrate nei caffè per un bicerin, nelle osterie generose e nelle chiese incastonate nei portici come mosaici.

E’ il posto sbagliato dove alzare la voce, un brusio educato ed elegante vi accompagna e vi “sorveglia” sempre, fin dentro gli androni severi dei palazzi, nei musei sovraccarichi di storia, persino sulle scale strette di un tram. Il tram: questa macchina del tempo pazzesca, dove gli orologi non servono, ma bastano gli occhiali della fantasia.

Così, potreste giurare di sentire lo scalpitio di una carrozza che si avvicina, intravedere uomini a cavallo agitarsi sotto una cappa scura.

Passato e presente, qui, sono una cosa sola: la contemporaneità si è fatta strada a morsi, ha conquistato gli angoli più esclusivi e luccicanti della città, ma nulla ha scalfito il fascino d’altri tempi della prima capitale d’Italia (1861-1864). La sua magia sopravvive in ogni tazza di cioccolata che trangugiate al bancone, nei divanetti di velluto rosso affacciati alle vetrine, nelle alte cancellate che vi accolgono alla porta dei Palazzi Reali, e scende fino alle acque del Po.

Il grande fiume abbraccia la città come fanno le Alpi dalla parte opposta, terra e acqua si riflettono a vicenda e s’incontrano (idealmente) nel punto più alto della Mole.

Custode della cultura cinematografica mondiale, il guscio antonelliano è il simbolo indiscusso dello skyline torinese, preambolo di un vista mozzafiato a 360 gradi.

Ora però, se chiudete gli occhi ed esprimete un desiderio, dopo un folle “volo” di 167 metri e mezzo e correndo all’indietro più veloce del vento, potrete ritrovarvi bambini alle porte del museo più affascinante della città.
Se avete amato Indiana Jones, non potrete restare indifferenti ai milioni di anni di storia custoditi dietro queste porte…

Oggetti, statue, volti, che in un restauro meticoloso, montato s’una scenografia unica, hanno ritrovato tutto il loro valore più moderno, veicoli di una cultura straordinaria ed universalmente emozionante: Il “nostro” Museo Egizio del resto, è secondo solo a quello del Cairo!

Ma in pochi, sinceramente, lo battono per l’impegno e la concentrazione richieste, motivo per cui (la mia) tappa (poco) forzata (!) è il fantastico gelato di Pepino, per chi ancora di voi non lo sapesse, il più antico d’Europa (rinfresca palati dal lontano 1884), un dolce aroma ghiacciato per una coppa da veri eroi!

Ultimo paradiso dei piedi stanchi, è il maestoso Parco del Valentino, habitat naturale della più alta concentrazione di scoiattoli che abbia mai visto, incredibilmente socievoli e costantemente affamati.

Ma da qui, al calar della sera, una nebbia sottile stempera le sfumature più accese, cascatelle d’acqua e sentieri alberati vi parlano una lingua decisa, ma sempre gentile, vi raccontano di una nostalgia di “regalità” sussurrata e mai spenta.

Le foto sono un’anteprima dell’album Lingotto viennese, cercatele tutte nella sezione Viaggio e Urban Design del mio Portfolio! 😉

 

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LoveBO.lab | Improvvisare un salotto delle feste con gli amici, è cosa buona e giusta!

Dopo il libero sfogo dato al cibo, e al cibo, e poi ancora al cibo, un pomeriggio in sordina, fatto di tisane rilassanti, sgonfianti e drenanti (sob!), potrebbe (?) essere la soluzione perfetta per non esplodere prima della prova finale… Il grande cenone di San Silvestro (non so voi, ma tremo solo al pensiero!). Quale occasione migliore, il pomeriggio di Santo Stefano, da passare con gli amici, condividendo chiacchiere (e i disagi digestivi)?

Basta improvvisare il vostro salotto come fosse un impluvium (quella vasca quadrangolare famosissima che tutti noi abbiamo visto almeno una volta nella vita a Pompei, nell’atrio d’ingresso delle case romane… Non l’avete mai visto?! Salite sul primo treno per Napoli e rimediate, perdinci!), posizionare il tavolino al centro come fosse il sole, sgrombrarlo dal telecomando, dai telefoni, oggetti vari, e dagli avanzi delle caramelle del giorno prima (!).

Aggiungete una piccola tovaglia a tema, dei tovaglioli colorati e tutto ciò che vi serve per un tè o un caffè in compagnia. Non fatevi mancare un tappeto morbido e tanti bei cuscini come sedute.

Il divano tenetelo solo come panchina di emergenza per chi è troppo gonfio per incrociare le gambe a terra o per chi teme di non potersi rialzare, se non con l’intervento di un montacarichi, dopo essersi seduto. Scegliete qualche tazza, alcuni doni rigorosamente home made, e tutto il resto aggiungetelo dopo al bisogno.

Accendete tutte le luci o solo alcune, ad effetto, oppure spegnetele, ma con il rischio di trasformare il pomeriggio in una “ronfata” colossale…! Ora cercate i calzini più caldi e “lanosi” che avete, preparate un bel vassoio di biscotti (si può mai prendere il tè o il caffè senza niente?) e aspettate gli amici superstiti.

Sono quelle piccole tradizioni domestiche che danno valore al nostro tempo, lo rendono vissuto e prezioso di ricordi, ma soprattutto ci fanno ridere tanto, perché “i tempi son duri per non avere il sorriso sul viso”.

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IL TEMPO DI UN CAFFE’ | Storia del colore rosso per 365 giorni

Il rosso è per eccellenza il colore dell’amore e della passione, ma in questo periodo dell’anno, è soprattutto il colore del Natale. Chi di noi non ha appeso ad alberi, porte e finestre palline, adesivi, festoni e qualunque altro genere di decorazione di questo colore?

Senza dubbio è il più amato delle feste, pur con l’oro e l’argento alle calcagna, il bianco e il verde che cercano di soffiargli un paio di giorni di gloria, e qualche estroso rosa che (per fortuna) resta relegato in certi angoli domestici non abbastanza coraggiosi.

Eppure il rosso è già di per se un colore ricco di significati, contrastanti ma fortissimi: è sinonimo di energia e di vita, ma anche di guerra e di violenza. In tutte le sue innumerevoli sfumature esprime attaccamento alle radici, ma anche dominanza; è il colore della rivoluzione e della vittoria, della politica e della carnalità, seppur all’inizio della sua storia fosse appannaggio esclusivo dei religiosi e dei re.
Il rosso è il colore dell’ottimismo, della competizione e della creatività, ma anche il segnale per eccellenza di pericolo e di emergenza: se vi siete mai chiesti come mai cartelli stradali, persone e mezzi di soccorso siano di questo colore, o se ci state riflettendo ora assieme a me, vi basti pensare che il rosso è il primo colore che impariamo a riconoscere da neonati, quello con cui ad istinto scegliamo di realizzare un oggetto di nostra invenzione quando ci viene richiesto.

La spiegazione scientifica ce la danno la frequenza e la lunghezza d’onda: il rosso infatti, è il colore con la minor frequenza ma la maggiore lunghezza d’onda rispetto a tutti gli altri colori che siamo in grado di percepire. In altre parole è quello più stimolante per il nostro nervo ottico, quello che più di tutti attira la nostra attenzione, motivo per cui, per esempio, è un classico del marketing, o il cavallo di battaglia di alcune delle auto di lusso più conosciute e veloci.
A questo proposito, un effetto fisiologico dell’esposizione al rosso, è proprio un aumento immediato del ritmo cardiaco, la produzione di adrenalina e un incremento della pressione arteriosa, insomma, una vera e propria iniezione (psicologica) di energia positiva e adrenalina!

Consiglio: se questa “caramella” vi piace, potrebbe essere un’ottima opzione per un tocco di colore in cucina o in ufficio, comunque in un ambiente dinamico e che frequentate durante il giorno, risparmiate invece il salottino o la vostra camera da letto, qui avete bisogno di colori più soft per riposare e rilassarvi.

Ma il rosso è anche sinonimo di lusso, è il colore preferito dai potenti e dai re, siano essi laici o religiosi, ne esprime lo status e l’appartenenza esclusiva ad un certo gruppo. Se passeggiate per Bologna, ad esempio, l’edilizia storica vi parla ancora con questo linguaggio, perchè il rosso è Bologna. E non è affatto un caso: è innanzitutto una necessità.
Il centro storico infatti, è stato costruito con la povera, ma economica e facilmente raggiungibile, terra delle campagne circostanti, l’argilla di quei mattoni rossastri che ancor oggi vediamo in gran parte delle case basse, dei portici e delle torri superstiti, ma che poi è diventata veicolo di comunicazione e d’immagine per le ricchissime famiglie senatorie che si sono susseguite al potere della città tra XVI e XVIII secolo. I loro splendidi palazzi, seppur provati dal tempo e dall’incuria inquinata del progresso, resistono in tutto il loro fascino, definendo ancora adesso l’immagine tipica del capoluogo emiliano.

Si può dire che il rosso ci accompagni dalla notte dei tempi, da sempre elemento di distinzione, un richiamo all’attenzione, un sinonimo di femminilità, ma anche di virilità. Un simbolo di potere, ma oggigiorno soprattutto di sicurezza e personalità (finalmente) alla portata di tutti: ora non vi resta che scegliere un bel capo invernale e farvi largo tra la folla!

[ E se vi viene sete, una bella spremuta di arance rosse, e ciao ciao anche ai radicali liberi! 😉 ]

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LoveBO.lab | Per i vostri regali di Natale, date spazio alla creatività!

Quando pensiamo all’inverno, e in particolare a Dicembre, il nostro cervello vorrebbe illuderci con il riposo, il letargo, le castagne e la coperta. In realtà è uno dei periodi dell’anno a più alto tasso di stress, le scadenze che ci rincorrono, le aspettative per l’anno nuovo che si sbracciano e quelle dell’anno che sta per finire da silenziare: diciamoci la verità, è sempre un mese un po’ traumatico quello che ci vendono già a metà novembre con le luminarie del Natale belle in vista e le offerte dei negozi taglia XL (così leggete bene l’offerta, ma non c’è più la vetrina, bisognerà entrare…).

Eppure c’è ancora qualcosa di straordinariamente romantico e “coccoloso” (concedetemi il termine) in queste giornate, con il sole che scompare sempre più in fretta per lasciare spazio alla nebbia e ai “pinguini” (e alla cioccolata in tazza no?!). Parlo della ricerca dei regali, quella che tutti gli anni parte con un badget ben preciso e che invece arriva alla fine quasi triplicato…
Anche quest’anno mi sono lasciata ispirare dalla creatività, e ho voluto dare un pizzico di carattere ai miei pensierini natalizi: ricordatevi che tutto ciò che mettiamo di nostro è un valore aggiunto, lasciate perdere le incertezze e l’imperfezione, la personalità non ha prezzo! 😉

Ecco cosa ci serve: della colla bianca per hobbystica (Tiger è la mia inesauribile fonte di risorse), alcune mollette di legno di dimensioni medie (io le ho trovate al Salone Creativo di novembre a Bologna, se ve lo siete perso dovete solo aspettare la prossima primavera!), e tutto ciò che più vi ispira, ma di piccole dimensioni, come applicazioni. Io per esempio ho scelto del nastro e alcune stelline adesive, alberi, bottoni, ghiande e animali ispirati al Natale (ma non troppo) e intagliati nel legno nude o sagomati nel peltro coloratissimo.

A questo punto molletta per molletta, divertitevi a scegliere un punto in cui applicare la vostra piccola foglia o un riccio dolcissimo e spannellateci sopra un po’ di colla (attenzione, ne viene giù parecchia!) ripulendo quella in eccesso con un cotton fioc (ma se siete un po’ imbranati e il vostro riccio minaccia di andarsene via, niente paura: la colla di Tiger una volta asciutta diventa anche completamente trasparente, I love it!).
Il risultato è già bello così, giudicate voi (“la semplicità è la suprema sofisticazione” diceva Leonardo), ma per i più audaci mano a tempere e pennelli!

Io ho scelto i colori tipici del Natale, quindi del rosso, del verde, del blu, l’oro e l’argento, senza però rinunciare al tocco chic del nero e all’effetto matt del bianco. Proprio il nero mi è servito per spegnere i colori laddove mi sembrassero troppo sgargianti, così unendolo al rosso ho ottenuto un bellissimo bordeaux, al verde un bel tono di bosco e all’azzurro un velo di notte. Adesso lasciatevi andare alla fantasia e finite le vostre mollette creando veri pezzi unici: possono essere foglie stilizzate, grandi pois o semplici bande più o meno spesse di colore. Io vi consiglio dei colori a contrasto, ma non sceglietene più di due o tre per molletta, finirebbero per annullarsi a vicenda e creare un gigantesco (seppur piccolo) “mapazzone”.

Quando siete soddisfatti delle vostre piccole creazioni, lasciatele asciugare qualche ora e poi confezionatele nel modo che più vi diverte. Io mi sono procurata dei sacchetti trasparenti di misura media, del nastro regalo e alcune etichette di cartone (un must have, naturalmente by Tiger) che ho posizionato tra le “fauci” delle mie mollette una volta scritto il nome di ciascun destinatario.

L’idea di partenza era di un piccolo pensiero, fatto a mano e colorato, che ricordasse il Natale ma che fosse “riciclabile” durante tutto l’anno (la mia molletta, per esempio, è già finita a chiudere i miei biscotti preferiti ;)): quindi non mi resta che augurarvi buon lavoro, buona fantasia e ricordarvi che la creatività è in assoluto il nostro dono migliore.

Enjoy!