Archivio degli autori Sara Armaroli | LoveBO Fotografia

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

IL TEMPO DI UN CAFFE’ | Il Natale è fatto dai nostri ricordi (vecchi e nuovi)

Ciascuno di noi ha un ricordo speciale, più o meno ricorrente, legato al Natale.
Io ne ho diversi, cose piccole, atmosfere più che altro, non tanto del giorno di Natale in sé, ma di quelli precedenti e di quello successivo.
Senza dubbio ciò che preferisco del Natale è l’attesa, i giorni dei preparativi, la corsa frenetica ai regali! Fermarsi a dedicare qualche minuto alle persone che amiamo e scegliere il pensiero giusto, dove non contano le dimensioni o il prezzo, ma semplicemente esserci.

Credo di non essermi mai soffermata troppo sui tanti regali fatti per i pochi ricevuti, perché non c’è niente di più dannoso per lo spirito natalizio e per noi stessi: un regalo dev’essere disinteressato, e se dovesse mai fare affidamento sulla “ricevuta di ritorno”, non esisterebbe più, temo.
C’è più benessere di una volta, ma le persone sono diventate estremamente avare quando si tratta di compiere un gesto o di avere un pensiero per gli altri, salvo cascare dal pero quando poi gli altri lo hanno avuto per loro.

Ma sapete cosa vi dico? E’ proprio quello il momento che preferisco! Mi piace studiare le reazioni sulla faccia di chi riceve un dono: stupore senza dubbio, ma troppo spesso disagio e difficoltà (“Oddio, adesso mi tocca ricambiare, io non c’avevo proprio pensato!”). Sono davvero poche le persone che di fronte ad un regalo riescono ancora ad essere semplicemente felici e grate, senza pensare di dover per forza ricambiare. E sono tantissime invece quelle danno sfoggio della loro migliore superficialità: meno regali ma più costosi, che dicano chi siamo solo ad alcuni “prescelti”. La nostra personalità e il nostro atteggiamento dovrebbero essere sufficienti a raccontare chi siamo a tutti (più dell’ultima versione di Iphone).

E così scompaiono i piccoli oggetti fatti a mano, regali utili, cose che ci servano davvero, doni che esprimano un pensiero sentito e personale, ma soprattutto i biglietti con dedica che li accompagnano: è questo il vero regalo, parole importanti spese per qualcuno di altrettanto importante, dove ciò che si nasconde sotto la carta lucida non resta altro che un dettaglio.
Io, pensandoci, ricordo davvero poco dei regali di Natale (in tutta onestà non ricordo quasi niente), ma questo, non so voi, mi fa sentire perfettamente sana!

Ricordo invece il tempo speso a creare involucri insoliti e divertenti, coloratissimi, fatti con le carte più particolari e fiocchi bellissimi salvati da altri regali già “andati”. Ricordo lo studio attento della tavola di mia madre, l’apparecchiatura frettolosa che andavo a correggerle, i fiori imbucati a centro tavola, i tessuti colorati e i segnaposto dedicati.
Ho fatto una foto a quelli di quest’anno: li rivedrete presto postati per il fatidico pranzo natalizio (prima che tortellini, lesso, mascarpone e pandoro dichiarino guerra al mio ennesimo tentativo di dieta).

Un altro ricordo a cui sono particolarmente legata è la preparazione dell’albero: doveva essere una tradizione a quattro mani ostinate, quelle mie e di mio fratello, ma puntualmente si trasforma in una faticaccia a due (le mie) e nella “supervisione” rilassata (la sua) dal divano pannoso e con tanto di assistente quadrupede (e altrettanto rilassato, il gatto). Però non c’è che dire, che vengano tanti altri alberi così, che nel frattempo (per mia grande gioia) sono diminuiti per dimensioni in proporzione al crescere dei nostri anni (sob!).

L’ultimo ricordo è dolceamaro, ma alla fine riesce sempre a strapparmi un sorriso più forte della malinconia. Per me Natale raramente è stato il giorno di Natale, ma piuttosto quello dopo, quando a Santo Stefano veniva anche la nonna a pranzo con noi: i tortellini erano più buoni mangiati vicino a lei, e la sorpresa non mancava mai sotto il piatto (a Bologna si usava mettere dei soldi sotto il piatto dei bambini, a casa mia si continuano a mettere anche sotto quello dei più grandi, salvo non accorgersene finché qualcuno non lo toglie via, e quel qualcuno non siete mai voi!). Una giornata che passava sempre troppo in fretta.

Sono ricordi vivi, che pur se cambiate le condizioni, non passano, ma si trasformano, come tutte le cose della vita. Fate tesoro dei vostri ricordi e non stancatevi mai di costruirne di nuovi, così la nostalgia diventa allegria e il passato torna presente.

[ E ogni tanto smettetela, come me, di rinunciare all’ultima fetta di torta! 😉 ]

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IL PROGETTO | Bologna is here: angoli inaspettati in formato cartolina

Bologna is here nasce da una passione oserei direi patologica per la pubblicità, in particolare per le locandine patinate e coloratissime degli anni Quaranta e Cinquanta: caratteristiche che d’altra parte non farete fatica a ritrovare rielaborate nei miei lavori, e che ho scelto volutamente di non censurare perché non sono altro che il mio paio di lenti, “perchè le pupille abituate a copiare, inventino i mondi sui quali guardare!”.

Mi sono chiesta cosa potrei lasciarvi di me se vi incontrassi per strada e dovessi raccontarvi chi sono, cosa faccio e dove mi piacerebbe arrivare: qualcosa che valga come un gesto inaspettato ma che sia allo stesso tempo un piccolo spot. Così ho unito la passione per la pubblicità d’epoca a quella per le cartoline, ed è nato qualcosa di unico e di abbastanza piccolo da poter essere infilato in tasca. Qualcosa da incorniciare, attaccare o staccare, tenere come un segnalibro, collezionare, regalare o scambiare.

Inconsapevolmente o meno ho scelto di nuovo Bologna per questo esperimento, ma ho voluto farlo celebrandone gli angoli poco conosciuti, o quelli più famosi intrappolandone solo dei dettagli, inquadrature insolite, degli accenni apparentemente privi di senso e macchie di colore, ma di colori ben presenti.

A questo punto si è fatta largo la storica che è in me, e nel caso non riusciate proprio a ritrovarvi, non vi resta che girare la vostra cartolina e lì troverete tutte le risposte.

Questo progetto vuole essere tante cose: un dono, un strumento per presentarmi, un modo per spronarci a non disabituare l’occhio all’osservazione, per non dimenticarci di guardare le cose più che vederle, di concentrarci sui dettagli, sulle piccole cose che formano l’insieme, e soltanto dopo sull’insieme, e per ricordarci che il nostro patrimonio è fragile, ancora di più se poco conosciuto o pressoché ignorato: noi siamo quello che abbiamo costruito, se non ci prendiamo cura delle nostre città e della nostra storia, non salveremo neppure noi stessi.

[ Se anche non dovessi incontrarvi per strada sono sicura, che cercando con attenzione e curiosità, troverete più cartoline voi di quelle che ricordo di aver “nascosto” io 😉 ]

Le foto contenute nell’articolo sono un’anteprima del progetto Lovebo | La mia Bologna. Scopritele tutte nella sezione Viaggi e Urban design del mio Portfolio!

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IL TEMPO DI UN CAFFE’ | Quando scendete dal treno a “Bologna Centrale”: dieci direzioni verso LoveBO

Scegliere dieci posti del cuore nella propria città è tutt’altro che semplice, soprattutto nel caso di un rapporto di “odi et amo” come il mio. Peraltro sono posti che non per forza devono essere legati a momenti felici, sfatiamo questo mito da pubblicitari: i posti del cuore sono quelli in cui siamo cresciuti, nel bene o nel male.
E la Stazione di Bologna è senza dubbio un buon inizio, come tutte le stazioni per la maggior parte di noi: strade di passaggio che calpestiamo talmente tante volte nella vita da contenerne quasi una intera.

Per me è stata la strada che mi portava dalla nonna le prime volte che viaggiavo da sola, che mi riportava a Ravenna quando studiavo, o quella su cui tornavo insistente dopo una storia finita male. La strada di una giornata breve, di settimane silenziose o di attese urlanti. Una strada che, anche quando ci capita di frequentarla meno, conserva sempre un rumore ben distinto.

Prendendo via Indipendenza e correndo su a rotta di collo, incontrate la Biblioteca della Sala Borsa, il caput mundi dei miei migliori anni da liceale e il bar delle mille merende post “disastroso” rientro a fine università. Ha un fascino polveroso ma innegabile, un immenso cortile di teste affacciato sull’antico foro romano: qui il tempo non si è mai fermato, sono cambiati gli abiti e i contenuti, eppure il brusio di sottofondo è identico, credo, una cantilena che vi accompagna inesausta.

Dall’altra parte, salutato il Nettuno, e sussurrato ai quattro angoli del Voltone del Podestà, con un breve tuffo in una storia senza tempo, riemergete tra i muri alti e spanciati di Pescherie Vecchie e Clavature, un ribollire continuo di odori, sapori e schiamazzi.
“L’amore sacro e l’amor profano” qui si tengono per mano come una cosa sola, gli odori del mercato rincorrono i pensieri e le preghiere senza sosta, dando loro man forte e sollievo: non ho ancora smesso di stupirmi della bellezza autentica di questo minuscolo incrocio di strade.

Al riparo dei portici onnipresenti come un “mantello dell’invisibilità”, trovate poi l’Archiginnasio, il mio rifugio in questi ultimi mesi di frenetica elaborazione. Per me è casa, un nascondiglio che non tradisce mai, dove l’ispirazione non va mai persa e il tempo trova sempre un senso. Ma se cercate il verde, e sognate di rintanarvi in piccole serre estive (cosa che non sono ancora riuscita a fare, perché letteralmente prese d’assalto), passate per i Giardini Margherita (i miei Gibita!), 26 ettari affacciati sui viali sempre custoditi da un cavallo regale (quello di Vittorio Emanuele, lui è arrivato fin qui da Piazza Maggiore nel 1944) e popolate da innumerevoli specie vegetali, cigni e simpatiche carpe oversize.

Proseguendo verso ovest, arrivate alla strada (per me) più bella di Bologna, una “passeggiata degli Dei” che da valle porta verso una cima più distante ma onnipresente: è via Saragozza, dove comincia il portico più lungo del mondo, un incessante fluire di pieni e vuoti, di archi incuranti dei dislivelli che da secoli protegge (letteralmente) l’andirivieni della gente, turisti, pellegrini, tifosi, atleti della domenica e bambini al bar (quello dove mi portava il babbo da bambina!), tutti a tener viva una fede, laica o religiosa che sia, che sale fino al colle a custodire la Madonna di San Luca e la sua Basilica.

Da qui il portico è come un vero e proprio cordone ombelicale che si sdraia e si snoda sulla collina, la cartolina che dall’Autostrada tutti i Bolognesi riconoscono e che “firmano” ripetendo “Siamo a casa!”. Ai suoi piedi l’arco del Meloncello, lo storico (e stanco) Bar Billi e un vecchio tratto di via della Certosa con il cortile “chiuso” dov’è nato mio padre: accanto, ancora quel portico “firmato” dove il nonno faceva il marmista, un “piccolo mondo antico” solo in apparenza offuscato dai semafori e dal frastuono del tempo.

Svoltando a destra s’imbocca via Andrea Costa: fatela tutta fino in fondo, questa piccola città “dentro” la città, e riattraversate le mura in Sant’Isaia, dove la porta non c’è più (distrutta dal progresso). Percorrendo la via omonima e lasciandovi alle spalle piazza Malpighi, imboccate (idealmente contromano) via Barberia, dove il tempo invece si è seduto, e l’incuria dell’uomo ha spopolato, e girate nell’ultima stretta traversa di sinistra prima che la strada cambi nome: via Val d’Aposa porta con se tutta la storia “nascosta” della città, “scorrendo” fino al terrazzino più importante di Bologna, quello in Piazza de’ Celestini, dove una voce non ha mai smesso di cantare

Ora attraversate la strada, abbassate la testa all’ombra delle volte e rialzatela più che potete in Corte de Galluzzi, il mio posto preferito, un piccolo giardino dove il verde non serve, basta tutta la storia che trasuda a riempirlo, quella torre mozzata e arcigna a guardarvi dall’alto, a raccontarvi storie in cui farete fatica a credere se non avete l’animo un po’ romantico: ma se il romanticismo non sapete proprio cosa sia incamminatevi a nord, il Crescentone vi aspetta sempre, ad insegnarvi come “rubare l’amore in Piazza Grande”.

[ font images: google maps ]

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LoveBO.lab | Prestami casa tua, devo fare Home Staging!

Uno dei primi effetti collaterali, dopo un corso full immersion di home staging – tradotto “messa in scena teatrale della casa” -, è l’interruttore dell’ordine costantemente acceso (meno male non è tassato), di pulire come se fosse sempre Pasqua (ma niente uova), di attaccare al frigo un elenco di svariati ninnoli da togliere (tra cui le calamite che lo tengono su), di spulciare quei colori che proprio non vanno (dal tutto troppo panna all’arcobaleno floreale!). Dopo questa fase acuta iniziale, i sintomi si normalizzano e diventano parte di voi come l’abitudine di bere il tè o il caffè.

Quella dell’home stager è una professione declinata quasi totalmente al femminile, ma anche per gli uomini potrebbe essere senza dubbio un’ottima terapia: è uno degli aspetti positivi di questa professione, l’essere estremamente democratica, alla portata di tutti, con qualche piccolo accorgimento e a patto di essere disposti a spogliarsi (metaforicamente) di certi pregiudizi o stereotipi ahimè ampiamente diffusi (“Ma sì, l’home stager è un po’ una donna delle pulizie…”, “Ma scherzi? Io sono architetto, non ho niente a che spartire con quelle lì!”).

L’home staging è un modo di pensare e di approcciarsi alle case (e alle cose) a sé stante. Ha delle regole, delle parole magiche e degli strumenti operativi ben definiti, ma soprattutto ha una caratteristica molto speciale, prende tutto con leggerezza, “che non vuol dire superficialità, ma planare sulle cose dall’alto”: così a prescindere da cosa voi siate o siate stati nella vostra vita professionale precedente, pensare come un home stager vi arricchirà.

La mia maestra Fosca, giunta a questo punto, canterebbe la sua canzone preferita, quella delle “sei R + una I”: RidurreRinfrescareRiarredareRivalutareRiparareRipulire e Illuminare. Questi sono i “dieci comandamenti” dell’home staging, azioni concrete da fare sulle vostre case (in vendita) perché diano il meglio di sé agli occhi dei papabili acquirenti. Loro sono i veri protagonisti, dopo la vostra casa. Come per la fotografia, anche qui la luce è un veicolo di emozioni fondamentale, poi bastano pochi complementi d’arredo e pochi colori scelti con cura. 

Il risultato non dev’essere finito, ma piuttosto una traccia, un’ispirazione, un invito ad immaginare come andare avanti. E’ quella condizione in cui dovreste ritrovarvi anche voi finalmente liberi di cercare una nuova casa dei sogni.
Se riuscite ad andare oltre a ciò che di caro lasciate indietro, ricordando che in realtà è tutto ciò che portate con voi, la sensazione di avercela fatta sarà impagabile, perché ce l’avete fatta davvero, l’avete venduta!

Un altro vantaggio non meno importante, è in quanto tempo, e di conseguenza quanto ci avete guadagnato. Ricordatevi che il tempo ci sorride solo quando dobbiamo dimenticare, non quando dobbiamo vendere. Preparare e valorizzare al meglio la vostra casa in vendita, vuol dire darle maggiori opportunità di visibilità rispetto alle altre, di visita dei potenziali acquirenti, di venderla in minor tempo e al miglior prezzo.

Ultimo, ma non ultimo per importanza, è con quali strumenti pubblicizzarla: non solo l’intervento di home staging vero e proprio. La ciliegina sulla torta (la mia preferita, deformazione professionale!) è un servizio fotografico ad hoc, che trasformi definitivamente la vostra casa in una modella pronta a sfilare.

La formula home staging + servizio fotografico professionale è quindi la cura efficace, efficiente e adeguata che stavate cercando (senza saperlo) per sbarazzarvi (con affetto) della vostra vecchia casa e cercare quella davvero perfetta per voi, facendo per altro una buona azione: perché quella che lasciate sarà la casa perfetta per qualcun altro! 😉

Le foto contenute nell’articolo sono un’anteprima del progetto Atmosfere vintage. Scopritele tutte nella sezione Home Staging del mio Portfolio!

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IL TEMPO DI UN CAFFE’ | Peace & Home Staging: perchè l’HS fa bene alla vostra casa, al vostro portafogli, ma anche alla vostra anima

Passato l’attimo di perplessità, e dopo esservi vergognati di essere così tremendamente poco aggiornati, forse la classica immagine che vi viene in mente pensando ad un home stager è quella di una donna di mezza età, piuttosto anonima, generalmente timida, che non ne ha a sufficienza di pulire casa sua, ma che sente “l’irrefrenabile scioglievolezza” di venirvi ad insegnare come pulire anche la vostra. Errore. “Ricalcolo!”.

Le home stagers (perché l’unione fa la forza) sono tempeste, bellissime, ottimiste, follemente felici (e se hanno qualche pensiero hanno fatto un master per non darvelo a vedere), sono come l’oki dopo un mal di testa assordante. Sono le promotrici dell’ordine in un mondo dove regna il caos, non solo quello di casa vostra.
L’home staging è senza dubbio una tecnica di marketing, è una messa in scena degli spazi, ma soprattutto (e questo non lo trovate scritto da nessuna parte, perché lo dovete provare), è un modo di vivere.

Io l’ho adottato definitivamente e nel mio piccolo mondo professionale cerco di esserne una buona ambasciatrice. Cercavo una nuova ispirazione l’estate scorsa, e come capita spesso quando si hanno troppe idee (e troppe cose non dette) in testa, si prova, per non avere l’impressione di una condanna a rimanere fermi.

Con mia grande sorpresa, prim’ancora di un corso professionalizzante, ho fatto come una lunga seduta di terapia. Ho allenato la gentilezza, l’ascolto, la condivisione, la possibilità di sbagliare senza intaccare il dover essere professionali (che poi vuol dire essere onesti).
Ecco, non si dovrebbe mai smettere di fare questo tipo di esercizi! E se pensiamo alle nostre case come a delle grandi casse di risonanza delle nostre abitudini e delle nostre personalità, è sufficiente provare a fare con esse gli stessi esercizi: scopriremo come, dopo le prime tragiche difficoltà, sia clamorosamente più facile farli con loro che con le persone…

L’incipit è tragico, dicevo, perché quanti tra noi proprio non ce la fanno a liberarsi degli oggetti superflui che hanno in casa, del disordine e dell’accumulo così familiare, di una macchia sul muro che magari è il ricordo di una discussione finita bene. Questo esercizio è complesso, ma estremamente semplice se riuscite a immaginarvi come chi la vostra casa deve comprarla invece che venderla. Leggereste il giornale con gli occhiali di vostro padre? E se non avete bisogno degli occhiali? Per dirvi che ciascuno di noi ne possiede un paio, giusto per sé, o non li possiede affatto.

Lo sforzo che dovete fare è quello di guardare la vostra casa dall’alto, neutralizzare gusti, colori e odori, divertirvi a togliere tutto finché non riscoprite ciò che all’inizio ha fatto innamorare anche voi.

L’home stager, con il sorriso rassicurante di Mastrolindo, vi aiuta a fare proprio questo, perchè vendere non è uno scherzo, nemmeno una bugia e comprare non è un gioco.
Abbiamo un vantaggio però, all’inizio ci somigliamo tutti: ci piacciono gli spazi ampi e funzionali (io sono tipa da corse sfrenate sulle pattine per esempio!), ci piace la luce (morte alle ragnatele negli angoli!), ci piace aprire la porta ed emozionarci (un bicchiere di vino? Biscotti?).

L’home stager è il regista di questo incredibile spettacolo, avvicina il pubblico (gli acquirenti) al palcoscenico (la casa), incoraggia gli attori (i venditori) e ripaga i loro manager (gli agenti immobiliari). Lo fa valorizzando il palcoscenico al meglio, lo ripulisce, lo illumina e lo riempe quel tanto sufficiente a stimolare la fantasia del pubblico: tutti quelli che assistono devono potersi immedesimare come protagonisti. Solo in questo modo il pubblico (pagante) crescerà in maniera esponenziale e lo spettacolo conquisterà le agognate repliche (spiccando tra tutte le altre offerte).

Nella prossima puntata scopriremo cosa significa realmente allestirlo, nel frattempo lasciate accese le luci e preparatevi ad uno sfogo terapeutico!

[ Dimenticavo… Nel caso dovesse venirvi voglia di una seduta professionalizzante vi consiglio le mie insegnanti della Staging&Redesign Expertise School di Bologna, riescono a farti sentire a casa anche quando sei ancora oggettivamente fuori dal (loro) mondo ].

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Suggestioni istriane

All’interno della categoria fotografia di viaggio e urban design, trovate il progetto Suggestioni istriane.
Un progetto, e non un album, perchè mi piace pensare ai miei lavori come a racconti da poter aggiornare in qualsiasi momento. E’ vero che la fotografia cattura il tempo, ma è pur vero che nella vita reale il tempo non si ferma mai, cambia la prospettiva e anche il modo in cui una fotografia può leggerla.

Andare oltre confine è sempre un’esperienza affascinante, spesso ci ricorda che i confini non esistono davvero.

Ci sono solo altri mondi, poi non così lontani, nessun alieno, solo altre persone, che sul confine si incontrano e s’inventano un altro mondo ancora. I colori si arricchiscono, i contrasti pure, ma la natura poi armonizza tutto e sforna cartoline meravigliose.

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Mulattiera di mare

All’interno della categoria fotografia di viaggio e urban design, trovate il progetto Mulattiera di mare. Un progetto, e non un album, perchè mi piace pensare ai miei lavori come a racconti da poter aggiornare in qualsiasi momento. E’ vero che la fotografia cattura il tempo, ma è pur vero che nella vita reale il tempo non si ferma mai, cambia la prospettiva e anche il modo in cui una fotografia può leggerla.

Genova è l’altra metà della mela, quella a cui volevo bene quando Bologna non mi piaceva: quella in cui c’è il mare, le piazze schiacciate tra i vicoli e il formaggio che ti accompagna come un amante.

La casa della nonna, dove potevo fare (e mangiare) tutto quello che non mi era permesso. Un’estate di libertà (lamponi, balere e fiumi ghiacciati) e di lacrime quando finiva (fratelli possono testimoniare).

Genova è malinconica e fiera, messa costantemente alla prova, non ama chi arriva, ma lascia a chi arriva la scelta di amarla. Resta sempre un po’ nascosta, un passo indietro, ma ha braccia larghe e una bocca verace, fin troppo sincera.

Pensandoci dovrei tornare più spesso (casa della nonna non si è ancora spostata!).

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LoveBO | La mia Bologna

All’interno della categoria fotografia di viaggio e urban design, trovate il progetto LoveBO | La mia Bologna. Un progetto, e non un album, perchè mi piace pensare ai miei lavori come a racconti da poter aggiornare in qualsiasi momento. E’ vero che la fotografia cattura il tempo, ma è pur vero che nella vita reale il tempo non si ferma mai, cambia la prospettiva e anche il modo in cui una fotografia può leggerla.

Ecco, parte tutto da qui. Oppure arriva tutto qui. E da qui riparte.
Bologna è piena e vuota, come i suoi portici. È povera e ricca. Soprattutto è autentica, la Bologna che c’è in strada, quella che “porta a spasso l’amore sacro e l’amor profano”.

Non manca mai l’odore della minestra, a qualunque ora del giorno e della notte, e fidatevi, oltre a non potervi mai perdere, non potrete rimanere senza mangiare o senza bere, senza ridere, o senza la curiosità di andare “ancora fin là per vedere cosa c’è”.

Bologna dal suo Medioevo non è mai uscita del tutto (per fortuna).

[È difficile scrivere di quel che si tiene più vicino al cuore. Spegnete tutto, e uscite ogni giorno al tramonto a guardare la “sera dei miracoli” che arriva].

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Girotondo

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La storia e l’archeologia ci insegnano che pur piacendoci l’affronto, ci piace altrettanto il confronto e senza dubbio è da questo che ci si guadagna di più, perché entrambe le parti vincono qualcosa.

Forse, quando ci stancheremo di ricordare più ciò che ci divide di ciò che ci unisce, smetteremo anche di litigarci come trofei pezzi di storia che appartengono a tutti, che tutti avremmo il dovere di preservare e condividere – lì dove hanno visto la luce -, per continuare a riconoscerci in qualcosa che valga la pena di essere ricordato e di farci ricordare a nostra volta: perchè questo temiamo di più, non la morte, ma la paura di essere dimenticati.

Così questo è un Girotondo made in Italy, con qualche tappa dove la nostra cultura si riflette o si amalgama, tutt’altro che completo e volutamente senza colori.
Un linguaggio strutturale, quello dell’arte, che non ha bisogno di sfumature, simboli di appartenenza universale che stanno accanto alle tracce dei territori che li hanno visti realizzare, centro e periferia sono i nodi fondamentali e indistruttibili.

Il bianco e nero ne privilegia quindi l’essenziale: delle architetture, delle forme, dei giochi di luce ed ombra, dei singoli scatti che contribuiscono ad un quadro finale unico e mai concluso. C’è sempre qualcosa da vedere, un particolare da aggiungere, un profumo da cogliere e una nota da scoprire.

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“Uno, nessuno e centomila”

All’interno della categoria fotografia di scultura e ritrattistica, trovate il progetto “Uno, nessuno e centomila”. Un progetto, e non un album, perchè mi piace pensare ai miei lavori come a racconti da poter aggiornare in qualsiasi momento. E’ vero che la fotografia cattura il tempo, ma è pur vero che nella vita reale il tempo non si ferma mai, cambia la prospettiva e anche il modo in cui una fotografia può leggerla.

Ho cominciato a fotografare la scultura, quella classica soprattutto, per riscoprirla. Dopo il liceo, come una sorta di ribellione, ho scelto di studiare tutto quello che c’era prima, o parallelamente, in posti che i Greci e i Romani forse nemmeno conoscevano. Poi, perché il destino è beffardo e la cultura intreccia tutto su un’unica strada, ho studiato quel che c’era insieme, chi la usava come modello, chi la sfruttava per poi (non) rinnegarla (abbastanza).

Alla fine sono tornata da lei, l’ho (ri)vista pulita, come solo una scultura può essere, per niente superflua, sufficiente.
Ma i posti più vicini dove poterla “toccare” in libertà, erano i cimiteri. Un anticipo di eternità. Un ingresso un po’ sinistro, un po’ troppo silenzioso. Ma pulito, come i suoi abitanti.

Lo sporco del nostro tempo qui non ha potere. Se riuscite a superare l’oggettività del posto in cui vi trovate, potete avvertire la serenità che non è di questo mondo, anche nelle espressioni di pietra più sofferte, negli angoli più bui, nei passaggi labirintici, nel punto più lontano dalla vita che è rimasta fuori. Piccoli paradisi silenziosi, cenacoli di passati vissuti pienamente.

Li immagino così. E tutta l’arte grandissima e inaspettata che si incontra li trasforma davvero, mondi raccolti a cielo aperto in “salotti” porticati inviolabili. “Uno, nessuno, centomila” come noi.

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