IL POSTO | L’Oro nascosto alla Certosa di Bologna

DiSara Armaroli | LoveBO Fotografia

IL POSTO | L’Oro nascosto alla Certosa di Bologna

Arrivando da nord, la Certosa vi accoglie con un corridoio solenne e chioschi di mille fiori, colori che non curano ma consolano alle porte di un cimitero.

Quello di Bologna è senza dubbio uno dei più particolari ed evocativi al mondo, fatto di portici, logge e anfratti quasi abitati, che pur in silenzio richiamano a gran voce la città dei vivi.


Il destino lo ha voluto pressoché sconosciuto ai più, se non per le sue ovvie funzioni, con un patrimonio storico, artistico e architettonico incredibilmente potente ma a lungo dimenticato.

La Certosa è il luogo dove sacro e profano si incontrano, il materiale e l’immateriale, l’arte e le vicende dell’uomo con la Fede, ciò che potete cogliere con ciò che potete soltanto accogliere.

L’Assoluto è il premio nascosto dietro queste infinite colonne, potete arrivarci con la religione se credete, con l’arte se non credete, ma entrambe hanno il medesimo spazio e corrono insieme, a celebrare una Bellezza che in questo luogo tocca livelli estetici e strutturali davvero inaspettati.

Se il cimitero è di per se stesso un luogo sacro, per l’affetto che ci lega ai nostri cari, quando è anche luogo d’arte e di cultura, come qui a Bologna, con la sua storia straordinaria di persistenze, trasformazioni e stratificazioni, allora esiste qualcosa di trascendente, un valore aggiunto tutto speciale, lo stesso che dall’Ottocento in poi ha calamitato artisti e letterati di fama mondiale e che ha reso la città una delle mete più prestigiose.

E in effetti, se riuscite ad estraniarvi dalla sua reale natura, ad impermeabilizzare la mente al freddo e ad affinare lo sguardo, scoprirete spazi brulicanti di figure e giardini accoglienti, piccole scatole cinesi decorate d’arte e architetture “incantate”.
Un percorso sempre più avvolgente, che vi fa scendere o salire (in tutti sensi), fatto di sorprese fitte e nascoste qua e là, sotto una volta, oltre qualche scalino, nell’oscura penombra o in piena luce, e che rendono la Certosa un museo a cielo aperto unico nel suo genere.

A guardarle meglio, le lapidi non sono più dei semplici muri, ma diventano porte, che spesso vi trattengono sulla soglia in loro compagnia, raccontandovi di un passato brillante e frenetico, di abitudini quotidiane fissate in espressioni austere e in sorrisi buffi o appena accennati, tra pizzi, merletti e capigliature complicate. Capita invece che vi invitino ad entrare, per condividere un dolore comune e le loro Speranze, alcune “assopite” ed altre ancora luminosissime.

Storicamente la Certosa è uno dei cimiteri monumentali più antichi d’Europa: quel complesso labirinto, di cui raramente potrete avere percezione soltanto entrando, è il risultato del passaggio delle comunità che dal V sec. a.C. hanno sempre abitato in questi luoghi. Necropoli etrusca prima, monastero certosino poi, e cimitero monumentale dal 1801, è un vero e proprio libro aperto sulla storia e sulle sue pagine potrete leggerne le avvincenti puntate, capire come si sia evoluta la nostra sensibilità, la visione dell’aldilà e il rapporto con la religione stessa.

Il suo cuore pulsante è il Chiostro Terzo, simbolo della cultura neoclassica locale, mentre la Chiesa di San Girolamo è quanto rimane della precedente fase certosina, con un preziosissimo patrimonio epigrafico che ci dà misura della forza di un sentimento religioso onnipresente benché non sempre chiaro.

Anche grazie alla precocità rispetto ad altre realtà analoghe, la Certosa è un’ottima lente d’ingrandimento per seguire da vicino i passi della scultura europea tra Otto e Novecento e per conoscerne l’originalità nei materiali e nelle tradizioni tutte locali. Il marmo infatti, è un ospite davvero raro qui dentro, dove gesso, stucco e scagliola la fanno da padrone, e con la loro fragilità di matrici povere rendono tutto ciò a cui danno forma incredibilmente simile a noi.

D’altra parte, questo silenzioso popolo in pietra rispecchia a pieno la cultura della sua fiera committenza ottocentesca, smaniosa di un’aura più celebrativa che religiosa, di una laicità tutta napoleonica, la testimonianza di un benessere economico finalmente raggiunto contro una religiosità sempre più intima e nascosta, che ritroviamo solo in tempi più recenti nelle foto in vetro ceramica o nell’accostamento particolare di fiori e oggetti, spunti che ci riportano al senso più cristiano della vanità delle cose terrene.

Ma che siano laici o religiosi, di fatto tutti i sentimenti che pervadono la Certosa sono egualmente netti e potenti, e tutti usano la voce dell’Arte per esprimersi al meglio. Ecco perché il sole del mattino, con i suoi tagli decisi e violenti, è la migliore per coglierli e il bianco e nero la modalità più adatta ad esprimerli.

Una luce tesa e dura, ma che più di ogni altra riesce a dare ancora più profondità a questi protagonisti già di per se a tutto tondo.

Subentra poi qualcos’altro di speciale, che nell’”andar protetti” tipico di Bologna, non può che ritrovarsi anche nel suo cimitero, e che nel bianco e nero risplende ai massimi livelli, cioè il senso del senza tempo dato dall’assenza dei colori.

Perderne il rumore infatti, significa andare oltre la superficie, scendere in profondità per ascoltare le mille storie dei tanti “seduti” in questi “salotti” a cielo aperto, vuol dire capire meglio il senso di trascendenza e l’eternità così familiare che li attraversa.

Allora, ieri come oggi, questo è un luogo d’incontro eccezionale tra chi c’è e chi manca, ma anche l’opportunità di riappropriarci del sentimento antico della morte, quando voleva dire condivisione e partecipazione, perché la morte in fondo “esiste solo per chi (l’affronta da solo e) ne ha paura”.

[ Liberamente ispirato al mio articolo dedicato alla Certosa di Bologna uscito su Bologna7-Avvenire il 23 agosto 2015, quanto tempo! ]

Le foto fanno parte dell’album “Uno, nessuno e centomila”. Le trovate tutte nella sezione Scultura e Ritrattistica del mio Portfolio.

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Sara Armaroli | LoveBO Fotografia administrator